Arte

L’importanza del dettaglio

“Der liebe Gott steckt im Detail”
Il buon Dio sta nel Dettaglio.

Il dettaglio, un termine che abbiamo preso in prestito dal francese, détail, indica un elemento minimo di un insieme, una circostanza minuta in un determinato contesto.  Nel linguaggio comune lo usiamo con un’accezione ambivalente che però sempre si riferisce al ritagliare e isolare un particolare.  “Sono solo dettagli!”, esclamiamo quando vogliamo badare al sodo, andare al nocciolo della questione. Intendiamo così che il dettaglio è irrilevante nel nostro discorso, un’inezia, e a volte, soffermarsi a descrivere i dettagli è una perdita di tempo. Un ristagno inutile della memoria. “Si dovrebbe assorbire il colore della vita, ma non si dovrebbe mai ricordarne i dettagli. I dettagli sono sempre volgari.” Così la pensava Lord Henry Wotton, aristocratico edonista nonché diavolo tentatore del giovane Dorian Gray, nel romanzo di Oscar Wilde che, per altro, da dandy e abile scrittore quale era, di dettagli abbondava.

Ma quando diciamo che il dettaglio fa la differenza associamo il temine al concetto di cura, attenzione, amore per, pensiamo quindi alla qualità di un progetto, alla bellezza di un oggetto. L’attenzione ai dettagli non è una questione di maniacale perfezionismo. E’, infatti, nella nostra esperienza quotidiana quanto la capacità di cercare e osservare i dettagli minimi risulti dirimente.  Lo è per i moderni investigatori che hanno imparato da Sherlock Holmes a non trascurare il minimo particolare perché sanno cha anche il dettaglio inatteso può condurre alla soluzione di un caso complesso. Lo sanno i filosofi e gli scienziati impegnati nelle moderne teorie della Complessità, che indagano la realtà con un approccio olistico, guardando il mondo come un sistema organico di fatti interconnessi, di relazioni. Per loro il dettaglio è il battito d’ali di farfalla, è il minuscolo cambiamento in una parte del sistema che può essere la causa di enormi variazioni in tutta la struttura.

Un altro artista, dandy nella Parigi delle avanguardie ai primi del Novecento, il multiforme Jean Cocteau, scriveva nel suo diario di viaggio, Mon premier voyage, pubblicato nel 1936: “Motivi potentissimi e quasi sempre segreti sono all’origine di mille dettagli che compongono la bellezza brulicante dell’universo. Una singolarità può sembrarci gratuita, ma la sua forza espressiva nasconde sempre delle radici”. Il dettaglio, dunque, è anche il luogo dove si rivelano mondi inattesi.

Nella storia e nella critica d’arte il dettaglio è uno strumento, un veicolo di indagine e presuppone uno sguardo ravvicinato all’opera. Verso la fine XIX secolo Giovanni Morelli, il conoisseur bergamasco di adozione, che descriveva Michelangelo Merisi da Caravaggio come un tipo “non molto simpatico, ma di grande ingegno”, inventò un metodo rivoluzionario nelle attribuzioni dei dipinti. Nella sua carriera scompaginò gli inventari del museo di Dresda, dando nuova  paternità a decine di opere famose: l’analisi stilistica dei dettagli rivelava la mano che li aveva dipinti. Nel suo metodo erano proprio i dettagli insignificanti, la curvatura del lobo di un orecchio, la forma di un dito o la piega di una veste, a indicare l’artista che quei dettagli ripeteva in maniera inconsapevole e che meno erano ricercati dai possibili imitatori.

Aby Warburg, a cui spetta la paternità del motto “Il buon Dio sta nel dettaglio”, si era posto il problema di rintracciare la vitalità della tradizione classica, la persistenza del mondo antico nell’arte e nella cultura occidentali. Non ebbe dubbi, la faccenda era una questione di dettagli: segni, attributi, simboli, posture. Dallo storico di Amburgo prenderanno le mosse, in modo sistematico nel XX secolo, le discipline fondamentali nello studio delle immagini: l’iconografia, che descrive i soggetti di una composizione, e l’iconologia che ne studia l’interpretazione in relazione ai contesti storici e culturali. Un dettaglio iconografico è spesso il particolare che permette di riconoscere un soggetto altrimenti indecifrabile e apre la strada alla decodificazione del messaggio dell’opera.

Negli stessi anni del diario francese di Cocteau, il direttore della National Gallery di Londra, lo storico dell’arte Kenneth Clark, pubblicò il primo libro “di dettagli” della storia dell’arte. Era il 1938 e One hundred details from pictures in the National Gallery ebbe un successo immediato tale che fu a breve seguito da un secondo volume. I dettagli erano stati scelti per ragioni storiche e iconografiche ma più spesso, unicamente per la loro bellezza. Secondo Clark alcuni dettagli non erano mai stati notati dai visitatori della sua Galleria e ciò avveniva perché non siamo abituati a soffermarci ad osservare un’opera nei suoi particolari. “Il grande valore di questi dettagli fotografici è che essi ci incoraggiano a guardare i dipinti con maggiore attenzione e ci mostrano alcune delle ricompense di un’osservazione paziente”. Le moderne tecniche fotografiche cominciavano a ispirare nuove possibilità di sguardo e nuovi punti di vista.

Il dettaglio, dunque, per essere inteso vuole essere selezionato, delimitato, ingrandito. Rivela così nessi inattesi, armonie nascoste, suggestioni imprevedibili. Un po’ come i Dettagli d’autore.

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